Siamo tutti scossi da quanto successo in Puglia, a Manduria: una baby gang si è accanita contro Antonio, un disabile, che è stato insultato, percosso, aggredito, umiliato, nel silenzio complice di tanti altri abitanti del paese.
Stamani ho sentito alla radio l’intervista all’avvocato difensore di uno dei minorenni identificati e denunciati. Colpiscono due frammenti. Nel primo l’avvocato dice che gli episodi di sopraffazione verso Antonio erano datati negli anni, usando l’espressione “di generazione in generazione”, con ciò allargando a dismisura l’area di colpevolezza e la sensazione, in chi guarda sgomento dall’esterno, di una complicità omertosa di tutti gli abitanti di Manduria.
L’altro frammento che mi ha colpito è la risposta ad una precisa domanda dell’intervistatore: “il suo assistito è pentito di quel che ha fatto?”. La risposta dell’avvocato è disarmante: “è dispiaciuto”. Capito? Dispiaciuto, non pentito. Forse intendeva dire la stessa cosa, ma io credo che l’uso di un termine piuttosto che un altro sia molto precisa: essere dispiaciuto non è la stessa cosa che essere pentito
Mi chiedo: ma quanti altri Antonio ci sono in Italia? Non è “Antonio” la signora aggredita e stuprata a Viterbo dai due fascisti di CasaPound? Non sono “Antonio e i suoi simili” i migranti morti in mare nell’indifferenza di molti di noi?
Non è “Antonio” quel rider indiano che un paio di giorni fa è stato aggredito mentre stava lavorando, e rischia adesso di perdere un occhio, da un branco di ragazzini annoiati? Non sono “Antonio e i suoi fratelli” tutti i lavoratori sfruttati che sono morti quest’anno sul lavoro nell’ignavia delle masse?
A mio avviso, alla base di tutto, c’è fondamentalmente lo sdoganamento della cattiveria, della brutalità, della totale mancanza di rispetto per gli altri. Un mondo in cui le baby gang, pensiamo a quanto avviene a Napoli, alla “Paranza” denunziata da Saviano, imperversano a danno sempre del più debole: la donna, il disabile, il migrante, la persona di colore. Non sono un fine psicologo, ma credo che la necessità di agire in branco e la incapacità ad interagire solo ed esclusivamente contro i più deboli siano esse stesse sintomo di debolezza, di immaturità, di incapacità ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana
Altra riflessione, che investe il nostro essere genitori: siamo sicuri di saper educare i nostri figli? Quanto siamo capaci di sacrificare un po’ del nostro prezioso tempo per stare con loro, per ascoltarli, per indirizzarli? Non posso pensare che il massimo che un padre può dire al figlio sospettato di stupro è “butta il cellulare”. Non posso pensare alla madre di Manduria che sembra abbia affermato che la colpa di quel che è successo sia legata all”assenza di bar”! Come se, trascorrere i pomeriggi e/o le serate al bar sia sostitutivo dell’educazione che dovrebbe inculcare la famiglia!
Sono i figli di questo tempo, tempo in cui la discussione, lo scambio di opinioni anche diverse fra loro sono stati sostituiti dalle aggressioni verbali, dagli insulti di qualunque tipo (meglio se di tipo sessista contro le donne) e la bravura, il carisma, la forza di una persona viene misurata sulla base di quanti avversari abbia o di quanta forza, di quanta risonanza abbiano i suoi insulti
Mala tempora currunt sed peiora parantur
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